La Maschera del Selvaggio

Ai confini dell’umano

Dalla comparazione tra la produzione mitica di due mondi lontani geograficamente e storicamente, quali gli Indiani della costa del nord-ovest d’America e l’uomo medievale europeo, sono emerse profonde analogie rispetto a particolari figure, che percorrono entrambi gli universi culturali: il Selvaggio, il Folle e l’Orso.

Una ricca documentazione di racconti e leggende provenienti dalla tradizione orale, ma soprattutto l’uso delle fonti iconografiche, strumento principale di questo lavoro, hanno consentito di verificare tali “somiglianze di famiglia” attraverso l’analisi degli attributi e delle funzioni che caratterizzano queste creature leggendarie.

Il selvaggio e il folle

Tratti zoomorfi: confini uomo/animale

L’iconografia medievale sottolinea l’aspetto semianimalesco del Selvaggio: barba e capelli incolti, un corpo villoso e molto possente, dotato di una forza sovrumana che gli consente di confrontarsi con le fiere. Allo stesso modo gli Indiani Kwakiutl ci descrivono Dzonokwa, la donna selvaggia della foresta, come un essere gigantesco ed estremamente forte, dal corpo scuro, dalle mani pelose, con il volto ricoperto da una peluria e talvolta da una barba.


Dzonokwa, la donna della foresta presso gli indiani Kwakiutl. (Lévi-Strauss, 1985).

Uomo selvaggio barbuto, con lunghi capelli e ricoperto da una folta peluria. Nella mano destra tiene il bastone nodoso e nella mano sinistra uno scudo.
Chiesa di San Martino, Ambierle.
XV secolo (Gaignebet- Lajoux, 1986).

Tratti vegetali: confini uomo /albero

Tratti zoomorfi si innestano su caratteri antropomorfi, ma non solo. Elementi vegetali sono anch’essi talvolta costitutivi di tali figure: indumenti e copricapo di foglie o con la presenza di ramoscelli si ritrovano nelle raffigurazioni dei Selvaggi medievali così come, in un raffronto con l’universo Kwakiutl, appartengono al Bekhu’s, l’uomo dei boschi, dal corpo ricoperto da una peluria di colore verde e all’Hamatsa, l’uomo posseduto dallo spirito cannibale, il quale durante il suo periodo di permanenza nella foresta, indossa un abito di rami d’abete.


Uomo con elementi vegetali che regge una spada e uno scudo (Basford, 1978).

Hamatsa novizio presso gli Indiani Kwakiutl (Curtis, 2007).

Bekhu’s, l’uomo dei boschi, presso gli Indiani Kwakiutl (Curtis , 2007).

Dove vive il Selvaggio: confine villaggio / foresta

Il Selvaggio medievale vive al di fuori dei luoghi inurbati, abita le selve e i boschi, e qui elegge a suo rifugio una grotta o un albero cavo: non si tratta di semplici dimore, ma di magiche porte che consentono il passaggio verso l’aldilà, il mondo infero, degli antenati, che per le culture orali appartiene alla sfera delle origini quindi del sacro. Le forze primigenie della natura si manifestano attraverso questa figura leggendaria al confine tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.


Selvaggio custodisce la porta di un albero cavo
(Paris, Bibliothèque Nationale).

Famiglia di Selvaggi che vive in una grotta al di fuori dell’abitato (Husband,1980).

Se ci spostiamo nel Nord America, le figure che incarnano il Selvaggio, vivono anch’esse lontano dai luoghi abitati, dai villaggi. Le Dzonokwa, donne selvagge della foresta, “vivono nell’entroterra o sulle montagne, le loro case sono lontane ed in legno. Una di esse vive in un profondo lago in cima ad una montagna” (Boas, 1935), mentre il Bekhu’s, l’uomo dei boschi, si avvicina agli umani solo quando questi si addentrano nel suo territorio, i boschi, e non esce mai dai suoi luoghi di elezione se non, raramente, per raggiungere la spiaggia. 

Per entrare in contatto con gli spiriti, l’iniziato Kwakiutl, l’Hamatsa, deve addentrarsi nella foresta e trascorrere un periodo durante il quale potrà essere posseduto dal grande Spirito Cannibale, Baxbakwalanuxiwe, che a sua volta si manifesta solamente in tale luogo, mentre abitualmente vive ai margini settentrionali del mondo. Anche il Nohlmall, il danzatore folle, assistente dell’Hamatsa, trae i suoi poteri, secondo il mito, da esseri misteriosi chiamati Atlasemk che abitano un isola galleggiante sulle acque di un lago, nel profondo della foresta.

La capacità di spostarsi tra i due mondi, la trasmigrazione nell’aldilà: ai confini tra vivi e morti

La possibilità di collegamento con il mondo infero, la capacità di assumere i tratti dell’alterità ossia il contatto/identificazione con i morti, sono rappresentati in particolare dal tratto della zoppìa e delle aritmie deambulatorie. Ritroviamo ancora alle soglie della modernità nelle maschere della commedia dell’arte un Arlecchino/Hellequin che cavalca un diavolo zoppo ed indossa egli stesso una protesi al posto di una gamba, ed un Arlecchino in equilibrio su di un trampolo/stampella mentre cerca di conquistare le attenzioni di una giovane donna.


Arlecchino su diavolo zoppo. XVIII secolo (collezione privata).

Arlecchino su trampolo/stampella. XVI secolo (Recueil Fossard, Stockolm, Drottningholms Teatermuseum).

Il potere di trasmigrare nel mondo infero è posseduto anche da un altro essere che presenta un’andatura che la pone a rischio di cadute, in quanto nel rito viene proposta semiaddormentata. si tratta di Dzonokwa, la donna selvaggia della foresta, la quale “ Può viaggiare sottoterra” (Boas, 1935, pp. 144-146).


Maschera kwakiutl che rappresenta una Dzonoqwa, la donna selvaggia della foresta, la donna cannibale mangiatrice di bambini. 
(http://www.native-dance.c/index.php/masks/masks1).

La zoppaggine mitica e rituale viene ripresa da C. Ginzburg in Storia NotturnaUna decifrazione del sabba nel quale, con particolare riferimento alla mitologia greco-romana e alla cultura popolare europea ed asiatica, si dimostra come l’eroe zoppo o colui che indossa un’unica calzatura avrebbe una valenza archetipica e rappresenterebbe la mediazione tra il mondo umano e quello ultraterreno: in molte culture tradizionali lo squilibrio deambulatorio viene infatti interpretato come una facoltà di trasmigrare nel mondo dei morti. Nella mitologia greca il tratto della zoppia viene attribuito a diverse figure divine ed eroiche (Efesto, Edipo, Giasone). Comparendo al sacrificio che il re Pelia stava offrendo, Giasone si presenta con un solo sandalo, perchè l’altro era andato perduto durante l’attraversamento di un fiume: la sua presenza venne interpretata dagli astanti come indicativa di cattivo auspicio. Nel mondo antico si credeva infatti che la persona “con una sola scarpa” provenisse da un altro mondo, probabilmente dagli inferi, e avesse lasciato là l’altro calzare, come pegno e prova che egli teneva ancora un piede nel mondo dei morti (Kerényi, 1976, Vol. 2, p. 263).

La contiguità con il mondo dei morti non necessita di essere suffragata da particolari elementi quando si tratta di un altro rappresentante del Selvaggio presso i Kwakiutl, il Bekhu’s. L’uomo dei boschi appartiene già ad un mondo altro poiché “ è a capo di un piccolo gruppo di gente mitica” o “ è il capo degli Uomini dei Boschi, al cui paese vanno coloro che muoiono affogati” (Boas, 1935, p. 146). Il fatto che il suo corpo sia freddo come il ghiaccio e che tutti coloro, di preferenza cacciatori o guerrieri, che accettino le sue profferte di salmone non possano più tornare indietro, sembra essere un chiaro segno dell’alterità di tale essere.

La Fame mitica e il cannibalismo: confini tra umanità e animalità

Il tratto della fame è un elemento caratterizzante del Selvaggio europeo, al punto che Betrand Hell in Le sang noir.Chasse e mythe du Sauvage en Europe lo indica come l’elemento maggiormente distintivo. Il signore dei boschi, cacciatore per eccellenza, si ciba di carne cruda anche se in alcuni casi si accontenta di far razzia nelle cucine divorando il cibo con ferina avidità. 
Ma la fame è anche il tratto distintivo del novizio del popolo kwakiutl che viene iniziato dallo Spirito Cannibale e che durante il periodo in cui è posseduto si trasforma in un essere famelico, avido di carne umana, attraverso la quale sarà saziato. Proprio tale comportamento, che lo assimila alle fiere, gli impedisce di tornare a far parte della comunità, per cui attraverso un rituale che lo renderà nuovamente capace di seguire le regole rientrerà, arricchito dai poteri acquisiti, nel suo gruppo. Vi è un altro personaggio, la Donna selvaggia dei boschi, che, come viene evidenziato nelle diverse leggende ambirebbe cibarsi di carne umana, in particolare dei bambini che rapisce, sebbene nei fatti tale aspirazione non si realizzi mai.


La Fame di Arlecchino. XVIII secolo (Milano, Museo Teatrale della Scala).

Maschera di Baxbaxwalanuksiwe “il cannibale al margine settentrionale del mondo” che entra in contatto con l’Hamatsa – Indiani Kwakiutl (http://www.native-dance.ca/index.php/masks).

Il Folle e Il Selvaggio

Un’altra figura centrale che percorre l’immaginario dell’uomo europeo e degli indiani d’America è il Folle, una creatura per molti tratti contigua al Selvaggio. Ritroviamo infatti in entrambi attributi e funzioni simili. 
Il bastone del selvaggio, generalmente un ramo o una clava, nel buffone del tardo medioevo diventa una marotte , sulla cui sommità generalmente è intagliato il volto del buffone . I bassorilievi raffigurati evidenziano lo scambio delle armi tra le due figure.


Buffone con bastone nodoso da uomo selvaggio.
Data incerta. Caen, Chiesa di S. Giovanni (Gaignebet- Lajoux, 1986).

Uomo Selvaggio con bastone da Folle.
XVI secolo. Thiers, frontale della casa degli artigiani (Gaignebet- Lajoux, 1986).

Una delle caratteristiche del Folle amerindiano è quella di avere un bastone cerimoniale spesso decorato con elementi animali, quali zoccoli o speroni. Nel caso del Folle dei Mandan, questo personaggio reca un bastone con un’estremità rigonfia che Catlin interpreta come raffigurante una testa umana:


Capo cerimoniale della Società dei Folli – Indiani Assiniboine.
Il bastone rituale è decorato con zoccoli o speroni di cervo.
(Handbook of North American Indians, 2001).

Il Folle (“Foolish One”), uno dei tre spiriti soprannaturali, durante la Danza del Bisonte – Indiani Mandan. 
Il Folle tiene in mano un particolare bastone la cui sommità, secondo l’antropologo Bowers, raffigura una testa umana.
(More, 1997).

Attributi animali del Folle

Nelle raffigurazioni medievali anche il Folle, sempre in contiguità con il Selvaggio, mostra attributi animali. Si tratta in questo caso di indumenti, mantelline che sulla sommità del cappuccio presentano delle creste di gallo o, in molti casi, la testa di un gallo, e, ai lati del cappuccio, delle orecchie d’asino.


Allegoria della Follia. Q. Metsys. 1510 circa.
(Gaignebet-Lajoux, 1986).

Folle con copricapo a testa di gallo
Data incerta. Liége. Cortile del Palazzo episcopale 
(Gaignebet-Lajoux, 1986).

Non mancano poi buffoni medievali in cui compaiono elementi vegetali:


Folle con la mantellina ed il cappuccio di foglie. Saint-Wandrille, Abbazia di Notre-Dame de Fontelle. Chiostro, architrave, XVI secolo (Gaignebet-Lajoux, 1986).

Folli avviluppati in ramoscelli. Troyes, Cattedrale di San Pietro, XV secolo.
(Gaignebet-Lajoux, 1986).

Il tratto della Follia implica, come per il Selvaggio, il tratto dell’alterità. Il Selvaggio vive in un modo altro, non segue regole razionali, dettate dalla ragione comune. E’ quindi irrazionale, Folle. Ma il Folle conosce ciò che la ragione non può conoscere. Possiede i divini doni della follia. Secondo Platone “ i beni più grandi ci provengono mediante una follia che ci viene data per concessione divina” ( Fedro, 244A) e inoltre “ la follia che proviene da un dio è migliore dell’assennatezza che proviene dagli uomini” (Fedro, 244D).

I poteri divinatori e i poteri di cura

Il Folle conosce l’arte della divinazione come l’iconografia medievale ci mostra ampiamente e possiede i poteri di guarire, di resuscitare coloro che sono morti, di restituire vigore e forza fisica. Queste ultime qualità vengono attribuite alla Dzonokwa, che tra gli indiani Kwakiutl svolge il ruolo di procuratrice di incubi e di follia. Del resto lo stesso dio Pan che riassume alcune funzioni tipiche del Selvaggio era considerato responsabile dello scatenarsi del”timor panico” ossia di una sorta di follia che si impadroniva dei nemici.


Il Folle interroga la sfera di cristallo. Salterio Windmill.
Lettera ‘O’ istoriata. Secolo XIII (Archivio digitale ARTstore).

Danzatore kwakiutl mascherato che rappresenta Dzonokwa, la donna selvaggia della foresta (Lévi-Strauss, 1985).

Il tratto del cannibalismo

Se la voracità famelica caratterizza il Selvaggio medievale, il Folle porta all’estremo questa tendenza assumendo i tratti del cannibale. Ad esempio si possono osservare raffigurazioni del tardo Medioevo in cui compaiono folli che divorano altri folli. Il tratto del cannibalismo si ritrova in forma particolarmente elaborata nelle cerimonie rituali degli Indiani kwakiutl in cui la figura principale è costituita dall’Hamatsa, il danzatore cannibale.


Carro allegorico con Folle durante il Carnevale di Norimberga (Shrovetide Carnival). Germania (1449-1539).
(Archivio digitale ARTstor).

Novizio appartenente alla prestigiosa Società degli Hamatsa ovvero dei membri della Società del Cannibale (Curtis, 2007).

Anche la donna selvaggia chiamata Dzonokwa dai kwakiutl viene rappresentata come una cannibale rapitrice di bambini. Nella regione delle grandi Pianure del Nord America si trovano inoltre i danzatori Windigo, che incarnano esseri mitologici che si presentano come giganti cannibali.


Una Dzonokwa del mare porta sulla schiena la gerla con un suo piccolo. La gerla è anche lo strumento che le permette di trasportare i bambini rapiti. 
(Boas, 2001)

Danza dei Windigo – Indiani Cree.
Presso i Cree, abitanti delle pianure canadesi, i Windigo sono una tipologia di giganti cannibali
(Handbook of North American Indians, 2001).

Il furore bellico

Il Selvaggio medievale è spesso rappresentato in combattimento e a volte anche su blasoni mentre impugna scudi o armi da cavaliere, suggerendo la possibilità che questo personaggio tragga origine dalle tradizioni guerriere degli antichi popoli europei e dalla leggendaria Caccia Selvaggia. Il furore bellico, come si manifestava ad esempio nei guerrieri-orsi (berserker) dei Germani, si manifesta analogamente nelle figure dei buffoni cerimoniali (Heyoka) presso gli Indiani delle Pianure. Lo sprezzo del pericolo e l’energia distruttiva che questa condizione comporta derivava dal contatto visionario con lo Spirito del Tuono, una delle più importanti potenze spirituali del cosmo indigeno.


Buffone con il bastone dell’uomo selvaggio e uno scudo (Gaignebet- Lajoux, 1986).

Indiano Lakota in costume da Heyoka, (Laubin- Laubin, 1989).

Copertura per scudo di pelle dei Crow, fabbricata con pelle di cervo e decorata con l’immagine dell’Uccello del Tuono, rivelatosi al proprietario durante una visione (Taylor- Sturtevant, 1992).

Il tratto della fertilità e fecondità

La capacità del Selvaggio medievale di trasmigrare dal mondo terreno a quello degli inferi, di entrare in contatto con i territori dei vivi e quelli dei morti, degli antenati, gli consente di attingere alla potenza delle origini, alla vitalità intrinseca alle forze primigenie della natura e di essere così portatore di vita e di fertilità. Parallelamente, l’iconografia medievale ci mostra dei Folli nei ruoli di amanti, di propiziatori di coppie di innamorati.


Una donna suonatrice in compagnia di un folle danzante.
The Illustrated Bartsch. Vol. 13, Maestri tedeschi del Sedicesimo Secolo: Erhard Schoen, Niklas Stoer (ARTstor, archivio digitale).

Un Folle in compagnia di una donna.
The Illustrated Bartsch. Vol. 12, Hans Baldung Grien, Hans Springinklee, Lucas van Leyden, 1520 (ARTstor, archivio digitale).

A Digione, durante la Festa dei Folli, veniva portata in processione la statua lignea della Madre dei Folli con la sua nidiata di figli.


Statuetta processionale in legno, Digione, XV secolo. (Gaignebet- Lajoux, 1986).

Nidiata della madre dei Folli da Memoires pour servir a l’Histoire de la Fête des Fous di Jean-Bénigne Lucotte Tilliot (1668-1750). Lausanne et Genève, 1751.

Le covate di Folli e buffoni, mentre mettono tra l’altro in evidenza l’indeterminatezza sessuale di tale figura, accomunano questi personaggi leggendari ad uccelli, in particolare al gallo.


La covata del buffone (J. Cats, 1632).

Il gallo, nelle antiche tradizioni del Nord Europa, è posto sulla sommità del grande albero Yggdrasil che unisce tutti gli aspetti della vita del nord: dal mondo sotterraneo, a quello degli uomini, fino a quello degli dei. Ed è proprio la comunicazione con il mondo celeste la funzione assunta dal gallo, dall’aquila e dal falco. Del resto il gallo, annunziandone addirittura il suo sorgere, è in stretta connessione con il sole, la stella che consente la vita e la crescita dei raccolti sulla terra.


Il grande albero Yggdrasil (Eliot, 1977).

Durante la Festa dei Folli o “dei Nasi” a Gimpelsbrunn, in Germania, compaiono su alcuni pali, che sembrano richiamare l’albero di maggio, un berretto dalle orecchie d’asino, un grande naso, una coroncina di fiori ed un gallo.


La festa dei Folli o dei”nasi”. The Illustrated Bartsch. Artisti del XVI secolo ( ARTstor, Archivio digitale di immagini).

Proprio il grande naso è un elemento caratterizzante del danzatore folle che partecipa alle cerimonie invernali degli indiani Kwakiutl. Il Noohlmahl, infatti, piangendo in modo vistoso, lancia il muco che scende dal suo naso a coloro che partecipano al rito. Tale elemento può essere correlato al tratto della fertilità se pensiamo ad alcune leggende amerindiane che raccontano di bambini nati dalle lacrime e dal muco della madre. Anche altre figure di buffoni cerimoniali, tra gli indiani d’America presentano un vistoso naso prominente.


Noohlmahl (Maschera del Folle) – Indiani Kwakiutl 

Università di California, San Diego. (ARTstor, Archivio digitale di immagini).

Ma è nella cerimonia Okipa durante la quale venivano rappresentate le origini del mondo presso i Mandan, indiani delle Grandi Pianure, che il legame del Folle con la fertilità si manifesta attraverso una ritualità molto precisa. Il rito infatti prevedeva la partecipazione del “Foolish One” , un personaggio che per forza, dimensioni e pelosità ha i tratti dell’Uomo Selvaggio, si accoppia con il bisonte e possiede attributi sessuali molto evidenti. Tant’è che le donne del villaggio, dopo averlo evirato, portano in processione, avvolto tra le fronde, l’organo sessuale del Folle, simbolo di fecondità.


Dipinto di George Catlin, 1832. Momenti della cerimonia a cui partecipa ll personaggio mitico denominato, secondo Bowers, “Foolish One”. Questa creatura presentava attributi sessuali enormemente sviluppati, segno di fecondità e fertilità. (Taylor, 1996). 

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http://www.selvaggi-america-europa.unito.it/ai_confini_.htm

Dipartimento di Culture, Politica e Società
Università di Torino



Categorie:A02- La Maschera del Selvaggio - The Mask of the Wild

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